I pesci di fiume in Italia: lo stato della fauna fluviale

· 19 novembre 2018
Lo situazione dei pesci d'acqua dolce in Italia può essere definita semplicemente con una parola: critica.

Sono poche le persone che, a prima vista, sono in grado di distinguere i pesci di mare dai pesci di fiume. In realtà, come spiegheremo più avanti, si tratta di specie molto diverse. Oltre a vivere in habitat distinti, possiedono caratteristiche fisiche e peculiarità fisiologiche molto spiccate.

Il nostro è un paese con una grande ricchezza idrica e sarà interessante analizzare la situazione dei pesci di fiume in Italia, oggi.

Differenze principali tra pesci di fiume e di mare

Una specie di acqua dolce vive principalmente in ambienti a bassa salinità come laghi, fiumi, lagune o corsi d’acqua. I suoi tessuti sono ricchi di fosforo, magnesio e potassio e hanno una maggiore concentrazione di sali rispetto all’ambiente esterno.

A causa delle loro caratteristiche, i pesci di fiume non hanno bisogno di bere acqua e assorbirla attraverso la pelle. Il risultato è una carne molto morbida per il nostro palato.

Il pesce di mare, come suggerisce il nome, abita in ambienti ad alta salinità come mari e oceani. Il suo corpo è ricco di sodio, cloro e iodio, ma registra una minore concentrazione di sali.

Questi pesci devono bere una buona quantità di acqua per evitare la disidratazione. La loro carne è più saporita e possiede un gusto ben marcato.

Lo stato di conservazione dei pesci d’acqua dolce in Italia

Lo situazione dei pesci d’acqua dolce in Italia può essere definita semplicemente con una parola: critica. Attualmente, infatti, ci sono ben 31 specie minacciate (su 48 appartenenti alle cosiddette “acque interne”).

L’IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) responsabile della famosa lista rossa che include gli animali a rischio di estinzione, ha ultimamente ampliato a 12 le specie endemiche dell’Italia a rischio.

Le cause derivano, in particolar modo, dalla distruzione o riduzione degli habitat e dall’introduzione massiva di specie invasive.

Gli studi realizzati dall’Istituto Nazionale Fauna Selvatica (INFS) hanno portato alla luce la situazione critica dei pesci di fiume in Italia.

Se non si realizzeranno dei piani di intervento per la salvaguardia e la conservazione, potrebbero ben presto veder ancor più ridotta la loro traballante varietà.

Pesci di fiume nuotano

Nella penisola del Bel Paese, ci sono almeno 8 specie in grave pericolo e su cui occorrerebbe intervenire il prima possibile:

  • Lampreda padana.
  • Storione cobice.
  • Trota macrostigma.
  • Carpione del fibreno.
  • Trota marmorata.
  • Carpione del Garda.
  • Panzarolo.
  • Ghiozzo di ruscello.

Tutte, purtroppo per la nostra fauna fluviales, sono da tempo inserite nelle due categorie di minaccia più elevata dell’IUCN, ovvero “a rischio” e “a rischio critico”.

Pensate che il livello superiore di emergenza è direttamente quello di “estinto in natura” (che può prevedere la presenza in cattività di ulteriori esemplari sopravvissuti).

Ciò che fa ancora più male è che si tratta di pesci di fiume endemici del nostro paese.

Se si estinguessero, non ci sarebbe modo di recuperare le specie introducendole da altri paesi, dal momento che vivono e si riproducono solamente all’interno dei nostri confini.

Cause dell’elevata mortalità dei pesci di fiume in Italia

Come anticipato poco fa, quando ci si interroga sulle cause della possibile estinzione di questi pesci di fiume endemici, occorre puntare il dito sulle alterazioni dell’ambiente.

Parliamo della distruzione di molti habitat fluviali. Lavori di drenaggio, canalizzazioni, dighe, sbarramenti, chiuse, prelevi di acqua per uso agricolo o anche industriale e civile.

Senza scordare l’inquinamento delle acque, per colpa di agenti contaminanti prodotti da città, fabbriche e frutto dello scarico abusivo di rifiuti.

A ciò, ovviamente dobbiamo aggiungere anche l’azione dei singoli. Come la pesca massiva o illegale e, ovviamente, l’immissione di specie invasive, che può avvenire in modo accidentale o volontario.
Gruppo di salmoni saltano controcorrente

Un esempio di quanto possono essere dannosi questi pesci “alieni” è dato dal cosiddetto pesce siluro (Silurus glanis).

Oltre ad essere un animale vorace, può raggiungere i 2 metri di lunghezza e superare i 300 kg di peso.

Nel fiume Po, questo pesce ha fatto strage di cavedani, alborelle e triotti. Inoltre, dopo la fecondazione, le femmine sono in grado di deporre fino a 30 mila uova, in una sola posa.

Oltre a una possibile contaminazione genetica, quindi, si capisce bene che tali esseri viventi entrano direttamente in competizione per la sopravvivenza con i pesci di fiume in Italia.

Questo, unito all’inquinamento, alla pesca e alla distruzione degli habitat, rende davvero difficile la salvaguardia delle specie endemiche.

Si può recuperare la fauna fluviale italiana?

Arrivati a questo punto, è lecito domandarsi se davvero esiste la possibilità di recuperare ai danni fatti.

Da un lato ci sono le esigenze di un paese che ha bisogno di sfruttare i fiumi e le loro acque per motivi civili, agricoli e industriali. Dall’altro c’è la speculazione, la malavita e i crimini medioambientali.

Nel mezzo, la pesca abusiva e qualche politica errata di ripopolazione, a fini sportivi. Sembra quasi che, per i pesci di fiume in Italia, il destino sia già bello che segnato.

Il problema principale è legato alla spesa economica che sarebbe necessario affrontare per ripristinare una situazione, se non ottimale, almeno di equilibrio.

Recuperare la totalità delle specie e tornare agli antichi flussi della nostra fauna fluviale comporterebbe costi improponibili. Pensate, per esempio, parlando di inquinamento, la limitazione di alcune attività industriali. Sarebbe davvero impensabile.

Anche l’eliminazione delle specie aliene non è una soluzione eticamente corretta. Dal momento che è illogico sterminare degli animali per salvarne altri. Sarebbe un controsenso.

Ultimo ma non meno importante, dobbiamo evidenziare il problema, ormai cronico in estate, della siccità e della scarsità di acqua in diversi fiumi. Questo fenomeno minaccia, evidentemente, anche la sopravvivenza dei pesci di fiume.

Insomma, certamente esistono alternative per proteggere e recuperare alcuni pesci di fiume autoctoni italiani. Ma ciò richiede misure serie e urgenti, certamente costose.

Inutile nascondersi dietro a un dito: queste specie, inevitabilmente, dipendono dalla consapevolezza e dall’impegno della società, degli organismi governativi ufficiali e delle aziende.