È vero che gli squali non si ammalano?

30 settembre, 2020
Non è affatto gli squali non si ammalano. Proprio come qualunque altro animale, infatti, possono essere colpiti da parassiti e da diverse malattie, compreso il cancro. E si tratta di una credenza che sta mettendo in pericolo molte specie.

Esistono molte ragioni per le quali gli squali possono affascinarci. Tuttavia, la convinzione secondo la quale gli squali non si ammalano non risponde a verità. Per apprezzare davvero questi titani del mare, dobbiamo accostarci alla loro meravigliosa biologia.

La prima cosa da sapere è che gli squali esistono da molto prima dell’era dei dinosauri. Infatti, le origini della loro evoluzione risalgono a circa 450 milioni di anni fa. Di conseguenza, queste creature possiedono capacità di adattamento che hanno consentito la loro sopravvivenza in circostanze che molti altri animali, invece, non sono riusciti a superare.

Uno dei tratti più caratteristici degli squali, che condividono con i loro parenti, le razze, è il fatto di non possedere un solo osso all’interno del proprio corpo. I loro scheletri sono composti esclusivamente da cartilagine.

Inoltre, uno squalo può sviluppare più di 3.000 denti nel corso della propria vita. Così, quando un dente si guasta, cade e viene sostituito da un altro della fila posteriore.

Gli squali non si ammalano: verità o leggenda?

Il mito secondo il quale gli squali non si ammalano viene alimentato dai social network; accade spesso, infatti, di leggere che si tratti degli unici animali che non si ammalano mai o che addirittura sono immuni a tutte le malattie conosciute, compreso il cancro.

All’inizio degli anni Novanta è diventato famoso un libro non scientifico che “svelava” che la cartilagine dello squalo poteva salvare la vita dei pazienti oncologici. Anche se il testo non affermava che gli squali non contraggono mai il cancro, veniva comunque argomentata la rarità della comparsa di tumori solidi in questi animali.

L’uso della cartilagine di squalo nella cura del cancro

La prima cosa necessaria per comprendere queste argomentazioni è rappresentata dal concetto di “angiogenesi”. Questa parola si riferisce al processo attraverso il quale si sviluppano nuovi vasi sanguigni a partire da altri già esistenti. Quindi, l’angiogenesi consiste nella comparsa di nuovi capillari all’interno dei tessuti.

D’altra parte, è un fatto comune che l’angiogenesi sia presente in numerosi tipi di tumore e che sia associata alla crescita tumorale. Inoltre, nella cartilagine non ci sono vasi sanguigni: in altre parole, è avascolare.

Accade molto raramente di osservare lo sviluppo di tumori maligni che interessino le cartilagini. Per queste ragioni, il mercato di prodotti alternativi considera la cartilagine una fonte di composti antiangiogenici.

In Asia le pinne di squalo sono molto richieste per la preparazione di una zuppa tradizionale.

Gli squali non si ammalano? Ecco che dice la scienza

Contrariamente alla credenza popolare secondo la quale gli squali non si ammalano, è incontestabile il fatto che gli squali vengano colpiti da diverse malattie. Indubbiamente, esistono rapporti scientifici che hanno registrato l’incidenza del cancro negli squali, compresi i condromi (cancro della cartilagine).

Fino a ora sono stati documentati casi di tumore in almeno 23 specie di squali. È possibile che i casi documentati siano destinati ad aumentare, con l’intensificarsi delle ricerche sul cancro negli squali.

È importante segnalare che anche se la cartilagine può presentare proprietà antiangiogeniche, la sua efficacia come trattamento non è stata dimostrata. In altre parole, non esiste alcuna documentazione che indichi che l’assunzione per via orale di cartilagine di squalo in polvere provochi effetti preventivi nei confronti della comparsa di tumori cancerogeni.

La cartilagine di squalo non serve nella terapia anticancro

È bene segnalare che l’impiego di un composto chiamato Neovastat, che viene estratto dalla cartilagine di squalo, è stato valutato in combinazione con la chemioterapia all’interno di una sperimentazione clinica in fase 3 per il trattamento del cancro al polmone. Tuttavia, dopo sei anni di osservazione, la sperimentazione è stata interrotta a causa della mancanza di efficacia terapeutica.

La stessa sorte ha toccato la sperimentazione clinica in fase 2 per il trattamento del carcinoma di cellule renali refrattario, così come alcune sperimentazioni condotte su pazienti affetti da cancro alla mammella e al colon.

In nessuno di questi casi è stato osservato un miglioramento nella sopravvivenza generale dei pazienti. Nonostante questi risultati negativi nell’ambito delle cure oncologiche, il mercato sta cercando di associare questo tessuto connettivo al trattamento di malattie come la psoriasi.

Anche se nessuno studio è riuscito a dimostrare che la cartilagine di squalo rappresenta un trattamento efficace, la richiesta di cartilagine ha contribuito a decimare le popolazioni di questo animale.

L’importanza degli squali nell’ecosistema marino

Secondo uno studio del 2013, ogni anno gli esseri umani uccidono circa 100 milioni di squali. Segnaliamo che la pesca eccessiva di questi animali è dovuta alla richiesta della loro carne, dell’olio di fegato, delle cartilagini e delle preziose pinne.

Spesso, le pinne vengono tagliate da squali vivi, per essere poi utilizzate per la preparazione di zuppa di pinna di squalo, un’antica e pregiata specialità gastronomica dell’Asia.

È importante evidenziare che la scomparsa delle popolazioni di squali rappresenta un fenomeno preoccupante, perché questi animali, in quanto predatori che si trovano al vertice della catena alimentare, contribuiscono al mantenimento dell’equilibrio degli ecosistemi oceanici del mondo.

Se non disponiamo di quantità sufficienti di questi predatori, la conseguenza è che si verifichino dei cambiamenti a cascata nell’ecosistema, che arrivano a esercitare i propri effetti perfino sulle piante marine.

Progressivamente, organizzazioni come la Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (CITES) stanno ampliando l’elenco di specie di squali che godono di una protezione commerciale. Tuttavia, è possibile che queste iniziative non abbiano effetto entro tempi utili.

La riproduzione dello squalo è variegata e complessa

In base alla specie, gli squali si riproducono in tre modi differenti:

  1. Oviparità. Depongono le uova e le depositano in un luogo sicuro per poterle incubare.
  2. Viviparità. Gli squali nascono già completamente formati.
  3. Ovoviviparità. Gli embrioni sono contenuti in sacche di uova che si schiudono nell’utero, si sviluppano all’interno del corpo della madre e nascono come squali già formati. Questa strategia è una combinazione delle prime due.

Inoltre, la durata della gestazione varia da specie a specie e può durare per un periodo compreso tra 5 e 42 mesi. La cucciolata può essere formata da un numero di esemplari che varia da due (vivipari) a 100 (ovipari).

La conseguenza principale che deriva dai periodi di gestazione molto lunghi consiste nel fatto che le specie di squali vulnerabili ristabiliscono il proprio numero molto lentamente.

Dal momento che gli squali presentano dei tassi di riproduzione e crescita molto lenti, può risultare difficile per le loro popolazioni ristabilirsi in seguito a grandi perdite.

La scienza ha confutato il mito secondo cui gli squali non si ammalano.

Perché sfatare il mito che gli squali non si ammalano

La società è un grande meccanismo in grado di stabilire lo schema di comportamento di un paziente, il tipo di trattamento di cui è alla ricerca e quello che infine riceve. Di conseguenza, è necessario riconoscere che le credenze popolari false possono creare ostacoli insuperabili.

È importante tenere conto del fatto che le informazioni che otteniamo tramite Internet e la stampa non sono, in larga misura, regolamentate, e possono presentare punti di vista estremi destinati ad aggravare problemi già presenti. Il commercio di materiali provenienti dallo squalo per combattere il cancro è un esempio evidente dell’ignoranza umana.

  • Ostrander, G. K., Cheng, K. C., Wolf, J. C., & Wolfe, M. J. (2004). Shark cartilage, cancer and the growing threat of pseudoscience. Cancer research, 64(23), 8485-8491. https://cancerres.aacrjournals.org/content/64/23/8485
  • Mehta, P., Bhajoni, P., & Mehta, S. (2016). Fighting cancer through an informed society. Journal of Social Health and Diabetes, 4(2), 57-66.  https://d-nb.info/1183549881/34
  • Borucinska, J. D., Schmidt, B., Tolisano, J., & Woodward, D. (2008). Molecular markers of cancer in cartilaginous fish: immunocytochemical study of PCNA, p‐53, myc and ras expression in neoplastic and hyperplastic tissues from free ranging blue sharks, Prionace glauca (L.). Journal of fish diseases, 31(2), 107-115.
  • Robbins, R., Bruce, B., & Fox, A. (2014). First reports of proliferative lesions in the great white shark, Carcharodon carcharias L., and bronze whaler shark, Carcharhinus brachyurus Günther. Journal of fish diseases, 37(11), 997-1000. https://onlinelibrary.wiley.com/doi/abs/10.1111/jfd.12203
  • Ernst, E. (2006). Why there will never be an alternative cancer cure. Anti-cancer drugs, 17(9), 1023-1024. https://journals.lww.com/anti-cancerdrugs/Citation/2006/10000/Why_there_will_never_be_an_alternative_cancer_cure.3.aspx
  • Criscitiello, M. F. (2014). What the shark immune system can and cannot provide for the expanding design landscape of immunotherapy. Expert opinion on drug discovery, 9(7), 725-739. https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1517/17460441.2014.920818
  • Henningsen, A. D., Smale, M. A. L. C. O. L. M., Garner, R., & Kinnunen, N. I. N. O. (2004). Reproduction, embryonic development, and reproductive physiology of elasmobranchs. The elasmobranch husbandry manual: captive care of sharks, rays and their relatives. Biological Survey, Ohio, 227-236. http://www.academia.edu/download/54676898/Elasmobranch_Husbandry_Manual_1.pdf#page=235
  • Borucinska, J. D., Harshbarger, J. C., & Bogicevic, T. (2003). Hepatic cholangiocarcinoma and testicular mesothelioma in a wild‐caught blue shark, Prionace glauca (L.). Journal of Fish Diseases, 26(1), 43-49.
  • Lu, C., Lee, J. J., Komaki, R., Herbst, R. S., Feng, L., Evans, W. K., Choy, H., Desjardins, P., Esparaz, B. T., Truong, M. T., Saxman, S., Kelaghan, J., Bleyer, A., & Fisch, M. J. (2010). Chemoradiotherapy with or without AE-941 in stage III non-small cell lung cancer: a randomized phase III trial. Journal of the National Cancer Institute, 102(12), 859–865. https://doi.org/10.1093/jnci/djq179
  • Batist, F. Patenaude, P. Champagne, D. Croteau, C. Levinton, C. Hariton, B. Escudier, E. Dupont (2002). Neovastat (AE-941) in refractory renal cell carcinoma patients: report of a phase II trial with two dose levels Ann. Oncol., 13 (8), pp. 1259-1263. https://europepmc.org/article/med/12181250
  • Loprinzi CL, Levitt R, Barton DL, Sloan JA, Atherton PJ, Smith DJ et al. (2005). North Central Cancer Treatment Group. Evaluation of shark cartilage in patients with advanced cancer: a North Central Cancer Treatment Group trial. Cancer 104(1):176.